La Spugna di Fiele

Assorbe e rilascia veleno…

Archive for the ‘carriere’ Category

Gli angeli, le checche e i pescivendoli

leave a comment »

20120306-151207.jpg

Ai tempi del grande Principe de Curtis l’umanità si divideva in uomini, uominicchi e quaquaraquà, Leonardo Sciascia ci metteva pure i pigliainculo e i mezz’uomini. Nel nuovo millennio invece ci sono gli angeli, le checche e i pescivendoli.
Della prima categoria fanno parte le persone perbene, che pur nei limiti del loro essere umani, ce la mettono tutta per avvicinarsi alla perfezione divina. Il loro carattere è vocato alla mitezza, alla comprensione degli altri e alla prodigalità. Delle checche isteriche e dei pescivendoli meglio ignorare l’esistenza.
Ciao Lucio, è così che si vive. Riposa in pace.

Annunci

Written by laspugnadifiele

04/03/2012 at 18:30

Donne che odiano le donne …

with 2 comments

Oggi è la Giornata internazionale contro la violenza sulle donne. Ahi noi ci sono ancora uomini tanto rozzi e tanto ‘bestie’ da sentirsi autorizzati a picchiare una figlia, una moglie, una madre, una sorella, un’amica o anche una sconosciuta… e un bel po’ di soldi vanno pur spesi in campagne di comunicazione per correggere questi comportamenti criminali socialmente pericolosi!
La violenza però non è solo fisica, esiste anche una violenza psicologica più perfida, sottile, diabolica, messa in atto con una magistrale cattiveria, velata di ipocrisia o spudorata, da persone senza scrupoli e prive di valori. E spesso a perpetrarla sono proprio le donne contro altre donne. Donne che odiano le donne.

Maria Laura Ferrera per LSdF

“Allora? Hai deciso cosa vuoi fare da grande?” Mi blocco un attimo mentre raccolgo tutte le mie carte sulla sua scrivania: un paio di art work, alcune proposte di claim, il planning con le relative deadline, tutto il mio lavoro di quell’ultimo mese appena condiviso con il mio riferente di Risorse Umane che mi sta guardando con aria tra l’ironico e l’interrogativo.
C’è però qualche altra cosa in quello sguardo… un piccolissimo e malcelato imbarazzo. Mi fermo un secondo di più su quegli occhi, chiari quasi trasparenti, belli e un po’ tristi, gli occhi di Melina.
Potrei dirle, fingendo di non capire quella domanda, “Che vuoi dire? Che significa?” Ma non voglio perdere tempo con questi giochetti. Ho capito, ho capito benissimo… Il tempo… era solo una questione di tempo… ed eccoci qua, ci siamo arrivate. Mi fermo, la guardo e lentamente, molto lentamente torno a sedermi. Stringo a me le mie carte, il mio lavoro, la mia passione. Non a caso… “Vuoi una risposta politica o la mia risposta?” Sono stranamente calma, quasi serena. L’aspettavo questo momento, da tanto.
L’aria nell’ufficio è ferma, tutto sembra essere ‘sospeso’, non riusciamo a sentire nessun rumore esterno. Strano perché nel palazzo fatto di vetro e di sottilissimi tramezzi tra un ‘loculo’ e un altro (le chiamano stanze dei dirigenti), dove tutto si risolve in un gigantesco e impersonale open space, il silenzio è l’unico benefit che non è possibile richiedere.
“Voglio la tua risposta” anche Melina è calma ma non tranquilla. La conosco, abbiamo condiviso insieme altri momenti, riunioni, brainstorming, pianificazioni di campagne motivazionali, eventi e convention aziendali, viaggi di lavoro all’estero. Tutte occasioni preziose per conoscerci, noi due, che venivamo da realtà completamente diverse ma che avevamo trovato un terreno comune sul quale lavorare insieme, il terreno del rispetto reciproco e della condivisione di valori.
“Cosa vuoi che ti dica? Vorrei continuare a lavorare sui miei progetti, sui nostri progetti, vorrei portarli a termine e iniziarne degli altri. Ma questo lo sai … diciamo allora quello che mi piacerebbe.”
“E questo già lo so …” bella e triste Melina! “E diciamo anche che è legittimo e che sarebbe un’evoluzione naturale del tuo ruolo …”.
“Diciamo anche che i miei risultati professionali parlano chiaro. Gli indicatori di performance lo dimostrano, i feedback ‘trasversali’ di tanti senior lo testimoniano … non è solo una mia aspettativa, una fantasia sfrenata … o no?”
Melina non mi risponde ma inizia con un affondo “Lo sai che qui le cose stanno cambiando, o meglio, sono già cambiate e cambieranno ancora, e tanto …”
La guardo, non replico, aspetto che l’affondo vada ancora più giù.
“Lo sai che a brevissimo il tuo line manager tornerà a casa sua, in Ucraina … e che, beh … ci sarà una nuova nomina …”
Lo sguardo chiaro di Melina si fa ancora più liquido, cambia traiettoria, si posa sulle mie mani che stringono i miei sogni fatti di art work, bozzetti di idee, foto, colori, emozioni raccolte nei corridoi trasparenti dove nulla è celato, dove tutto è amplificato, risate e lacrime, rabbia e amore …
“E … ?” Cerco di aiutare Melina in un momento in cui dovrei essere aiutata io.
“Perché non cerchi di adeguarti?” Sbotta in un sospiro.“Cerca di accettare il fatto, prima lo fai meglio è. Perché vuoi metterti contro …”
“Lei?” Faccio io con tono ironico ma mica poi tanto. Adesso tocca a me sbottare, adesso è il momento di iniziare la mia ultima mano di poker in azienda, la più difficile. “Guarda che io non voglio mettermi contro nessuno tantomeno Lei … chiedo solo che venga valutata la mia posizione, il mio lavoro, la mia competenza!”
“Competenza? Per il ruolo di Head of Communications non serve la competenza, quella ce l’hai tu che devi smazzare tutto il lavoro. Per quel ruolo serve leadership …”. A questo punto la voce di Melina si affievolisce, non ce la fa ad andare avanti, quella pappardella imparata a memoria durante uno degli innumerevoli training sulla negoziazione non riesce più a recitarla a dovere. “Oh madonna, lo sai meglio di me come vanno queste cose … sarà Lei a prendere tutto come si sapeva fin dall’inizio …”. Melina non riesce più a trattenere la tensione.
“Nessuna competenza in materia, una preparazione approssimativa e raffazzonata con pochi concetti imparati a memoria durante i soliti corsi aziendali, educazione scolastica di base – nessuna laurea né master – e quel che è peggio … nessuna empatia verso i portatori d’interesse interni ed esterni all’azienda …”. Mi sento come se stessi recitando il rosario.
“È entrata nel letto dell’Amministratore Delegato e c’è rimasta e questo, strano ma ancora vero, conta più di tutto quello che hai elencato nella tua lista della spesa. E non c’è niente, ma niente che possa in nessun modo far cambiare il suo sfavillante cammino qui dentro. In meno di tre anni da segretaria è diventata Quadro, poi Dirigente e adesso diventerà Alto Dirigente” Melina adesso mi guarda fisso negli occhi mentre mi sottolinea quello che già sapevo, che tutti sapevano e sanno. “Lei si prenderà tutto e anche qualcosa di più se sarà possibile … la tua testa se non ti adegui. Per cui, ti rifaccio la domanda: cosa vuoi fare?”
“Leadership eh?” Adesso sono io che guardo Melina fisso negli occhi. Ho la nausea, mi alzo dalla sedia e resto in piedi davanti alla sua scrivania “Credevo che la Leadership di letto fosse diventata una leggenda metropolitana, roba da cronache degli anni ’80 … pensa che scema. Credevo di dovermi guardare dalla supremazia misogina dei manager al potere … il potere degli uomini che temono le donne … mah … e invece siamo ancora qui, ferme nella nostra piccola, meschina lotta tra femmine portata avanti a colpi di chiappe e tette …”.
Melina annuisce e replica in un sussurro “Finché ci saranno maschi che sbavano dietro ogni nostro ancheggiare …”.
“Già …” mi accorgo di non stringere più le mie carte come poco fa. Anzi, mi stanno cadendo dalle mani. Le recupero, gli do una rapida occhiata e le butto tutte nel cestino alle spalle di Melina. “Cosa voglio fare? Da domani sarò in malattia … adesso scusa ma vado. Andrò a fare richiesta di un po’ di scatoloni … tanto Lei vuole la mia testa, ma il mio lavoro non lo avrà mai …”.