La Spugna di Fiele

Assorbe e rilascia veleno…

23 maggio 1992

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Estratto da:
“Gli ultimi giorni di Paolo Borsellino. Dalla strage di Capaci a via D’Amelio”
di G. Bongiovanni, L. Baldo, Alberti editore, 2011.

Il Falcon 50 noleggiato dal Sisde per Giovanni Falcone e Francesca Morvillo atterra sulla pista di Punta Raisi alle 17.43 di sabato 23 maggio 1992. Antonio Montinaro, caposcorta del giudice, si avvicina al velivolo. Gli altri agenti della scorta della polizia di Stato sono pronti davanti alle tre auto blindate. Falcone e sua moglie scendono dalla scaletta. Giuseppe Costanza apre il cofano e sistema i bagagli. Poi prende posto sul sedile posteriore. Falcone ha deciso di guidare. Accanto a lui la moglie. Ad aprire il corteo la Fiat Croma marrone guidata da Vito Schifani. Insieme a lui Rocco Dicillo e Antonio Montinaro. In mezzo, la Croma bianca guidata da Falcone. A seguire la Croma azzurra guidata da Gaspare Cervello, con lui gli agenti Paolo Capuzza e Angelo Corbo. Sono passati solo dieci minuti dall’atterraggio. Le tre auto sfrecciano ad alta velocità sull’autostrada che porta a Palermo. Nessuno dei sette uomini di scorta immagina che le sentinelle di Cosa nostra hanno seguito passo dopo passo i movimenti di Falcone e di sua moglie: dal momento del decollo dall’aeroporto di Ciampino, fino all’arrivo a Punta Raisi. Da quell’istante le vedette continuano a scambiarsi messaggi in codice. Nella seconda auto Giuseppe Costanza chiede a Falcone quando dovrà andare a riprenderlo una volta lasciato a casa. «Lunedì mattina» risponde il magistrato. «Allora, arrivati a casa, cortesemente mi dà le chiavi in modo che posso poi prendere la macchina». Ed è in quell’istante che Falcone sovrappensiero sfila le chiavi dal quadro e le porge all’autista. «Cosa fa? Così ci andiamo ad ammazzare!» replica di scatto Costanza. «Scusi, scusi». Sono le ultime parole di Giovanni Falcone mentre infila di nuovo le chiavi nel quadro. Mancano cinque chilometri per arrivare a Palermo. Siamo in prossimità dell’uscita di Capaci. Dalla collina di fronte all’autostrada, a una distanza di circa cinquecento metri, Antonio Gioè, uomo d’onore della famiglia mafiosa di Altofonte, segue con un potente binocolo le tre auto. È arrivato il momento. «Vai!» grida Gioè a Giovanni Brusca, capo mandamento di San Giuseppe Jato, che regge in mano il telecomando collegato alla carica di esplosivo collocata nel canale di scolo sotto il manto stradale. Cinquecento chili di tritolo collocati in alcuni fusti. Ma nella frazione di secondo in cui Falcone sfila le chiavi dal quadro l’auto rallenta. Giovanni Brusca un attimo di disorientamento.

Nonostante la potenza dell’esplosione, Falcone, sua moglie e Giuseppe Costanza sono ancora vivi. Francesca Morvillo ha perso conoscenza, mentre Giovanni Falcone mostra di rispondere con gli occhi agli stimoli del suo agente di scorta. Con l’aiuto dei primi soccorritori li estraggono dall’auto. Per Giovanni Falcone però bisogna attendere l’intervento dei vigili del fuoco, perché è rimasto incastrato tra le lamiere dell’auto. Lo scoppio dei cinquecento chili di tritolo ha formato un cratere di circa quattordici metri di diametro e tre metri e mezzo di profondità.

Antonino Caponnetto, il padre del pool antimafia, chiama al telefono Borsellino. Vuole sapere. Si trova ancora a Firenze e si sta preparando per venire a Palermo. «Paolo, come sta Giovanni?» Dall’altro capo del filo Borsellino piange. «Paolo, mi vuoi rispondere? Come sta Giovanni?» «È morto un minuto fa tra le mie braccia». Sono le 19.07.

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Written by laspugnadifiele

23/05/2011 a 08:52

Pubblicato su libri, memoria

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